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Tom Wolfe e il Nuovo Giornalismo

“Ho alcune considerazioni da fare su quello che è conosciuto (o a volte denunciato) come «nuovo giornalismo», o paragiornalismo, o altre defnizioni del genere. Il fatto più sorprendente di quello che mi accingo a dire è che questo nuovo giornalismo rappresenta probabilmente l’unico nuovo movimento letterario negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale.”

Penso che a questo punto valga la pena spendere due parole sul giornalista americano Tom Wolfe, non solo per la persona in sè, ma per quello che rappresenta e ha rappresentato nella storia del giornalismo.

Oggi ci stiamo lentamente abituando a una forma di notizia rapida, stiamo attraversando il periodo “Ansa”, in cui il contenuto passa in secondo piano, l’importante è che l’informazione sia veloce e indolore. Il caro e vecchio reportage sta lentamente andando a morire, come il giornale cartaceo d’altronde, per far spazio all’informazione sul web, al multimediale e alla continua e incessante valanga di notizie che si aggiornano al secondo.

Non a caso strumenti come Twitter stanno diventando oro per il giornalisti, che riescono a tenersi aggiornati e ad avere le notizie in tempo reale con questi nuovi strumenti di massa. Insomma, anche il giornalismo sta diventando social, sono le persone che parlano, sono le persone che decidono cosa verrà scritto nelle testate giornalistiche.

“La quantità che scavalca la qualità”; non abbiamo più tempo di sfogliare le pagine del quotidiano la mattina mentre prendiamo il caffè, ma riusciamo a leggere le news dallo smartphone mentre andiamo a lavoro. Uno status vivendi sempre più frenetico, sempre meno attento ai dettagli.

Eppure c’è stato un tempo in cui il giornalismo aveva raggiunto il massimo del suo splendore, dove le persone amavano a tal punto la notizia e il reportage che narrativa e informazione si erano unite per breve tempo dando vita al “Nuovo Giornalismo“.

Il termine è stato coniato da Wolfe, che fu il primo fautore di questa forma giornalistica, seguito poi da Truman Capote, Norman Mailer e Hunter S. Thompson.

La caratteristica principale era la forma di romanzo – reportage.  GLi articoli venivano scritti con un metodo che si avvicinava molto alla narrativa, seguendo 4 regole principali:

1) La voce del cronista passa in secondo piano, l’attenzione viene focalizzata sulle scene della storia

2) Grande valore dato ai dettagli, proprio come nella narrativa classica, vengono analizzati e descritti personaggi e luoghi

3) Abbandonato lo stile del giornalista che analizza la cronaca a favore dei dialoghi e delle conversazioni

4) Ogni scena viene presentata dal punto di vista interiore del personaggio e non più in maniera fredda e distaccata

In questo modo si veniva a configurare un metodo di giornalismo che abbandonava completamente le canoniche regole e non rispettava l’oggettività che sta alla base dell’informazione, risultando un testo più vicino al romanzo che a un’articolo di giornale. Il lettore riusciva a immedesimarsi completamente nella storia, in maniera più empatica rispetto al giornalismo classico.

Questa struttura rimase in auge per pochi anni, ma riuscì a cambiare per sempre le regole del giornalismo e della struttura narrativa dei reportage.

Oggi forse è stata completamente dimenticata questa tecnica a favore dell’informazione istantanea a colpi di tweet e news, ma da romantica quale sono e soprattutto da amante del giornalismo puro e vero, ammetto che mi manca la cara vecchia inchiesta cartacea con l’immagine del giornalista con carta e penna, trench e cappello in testa (diciamo che assomiglia molto a Bogart l’idea che mi si crea ogni volta) , molto anni 30, poco web addicted.

 

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